San Berillo. La ferita aperta di Catania
Questa è una storia vera.
E come tutte le storie vere, di bocca in bocca, cambia forma.
Prima è vita. Poi diventa memoria. Poi diventa Storia.
Le storie, quando le vivi, non sembrano storie.
Le vivi e basta.
Solo dopo arrivano il ricordo, il rimembrare, la voce che le trasforma in narrazione.
San Berillo, per anni, è stato raccontato come un luogo da evitare.
Una specie di “non entrate lì”.

Ma non è mai stato solo questo.
La prima volta che ci sono entrata (senza saperlo)
Arrivai a Catania da ragazzina.
La prima strada che percorsi con i miei genitori fu via Di Prima (oggi via Antonio de Curtis). Cercavamo Corso Sicilia. Sbagliammo strada.
Era luglio.
E mentre percorrevamo quelle strade le vidi, le “Belle”.
Ricordo una donna con calze di nylon a pois. Luglio. A Catania.
Mia madre si imbarazzò.
Io no. Io osservavo.
Allora, per me, San Berillo era solo prostituzione e malaffare.
Lo pensavo io. Lo pensavano in tanti. E pensavo che solo quel brandello fosse “San Berillo”.
“Ripulire” un quartiere
Nel 2001 sentii le sirene: stavano “ripulendo” la zona.
La parola ripulire è interessante. Serve a tranquillizzare le coscienze.
Ma i problemi non si eliminano sbarrando le porte con il cemento.
Si eliminano andando alla radice. E la radice di San Berillo non era la prostituzione.
S-coprire San Berillo
Anni dopo, per caso, scoprii che molte delle vie che amavo — via Coppola, le strade intorno a piazza Spirito Santo — erano sempre state San Berillo.

Particolare murales nel cuore dello Street Art di San Berillo (archivio personale)
Una sera entrai in quella stradina strettissima che avevo sempre scambiato per un cortile. Mi sembrò di violare un luogo sacro. E lì trovai una targa. Un nome che mi aveva sempre chiamata: Goliarda Sapienza. Ex piazza delle Belle. Peccato che, in realtà, quella piazza non aveva un nome, via delle Belle è una stretta arteria senza uscita dove adesso vi è il murales con Iside.
Quella notte — 30 agosto 2023 — iniziai a leggere tutta la storia di San Berillo.
Com’era davvero San Berillo?
Un quartiere nato dopo il disastro
Dopo il terremoto del 1693 e la ricostruzione barocca, Catania cambiò volto. La città si aprì con grandi assi viari: via Etnea, via Garibaldi, via Sangiuliano. San Berillo invece crebbe irregolare, con vicoli stretti, case addossate ai bastioni.
Era un quartiere vario: palazzi eleganti, botteghe, artigiani, case chiuse, intellettuali.
Non solo malaffare.
C’era vita.
Le Belle
Cinque erano le case più famose. Ma le donne erano molte di più. Le case erano sempre con le persiane socchiuse, quello che avveniva dentro era solo sentito, pensato, fuori era un altro mondo. E poi vi erano tante altre case, dal basso, dove le donne si concedevano… ma anche qualche ragazzo, senza soldi e la pacia vuota, si concedeva, spesso vicino ai cinema. E di cinema e di teatri San Berillo era pieno.
Dopo la legge Merlin del 1958, tutto cambiò. Ma la legge Merlin, a Catania, coincise con l’inizio dello sventramento!
Gli intellettuali e San Berillo
Non fu solo un quartiere a luci rosse. Fu un luogo di cultura
-
Vitaliano Brancati
-
Maria Giudice
-
Goliarda Sapienza
Maria Giudice era socialista, rivoluzionaria, madre di sette figli, donna libera. Arrivò in Sicilia per migliorare le sorti dei lavoratori, finì per innamorarsi di un vedovo, un avvocato, l’avvocato dei poveri, Giuseppe Sapienza e si trasferì con molti dei suoi figli a Catania. La loro figlia, Goliarda Sapienza, crebbe tra quelle vie.

Goliarda si trasferì giovane a Roma, per seguire la sua passione per la recitazione. Era cresciuta tra il cinema Mirone in via Di Prima e il teatro dei burattini in via Tipografo. Poi si dedicò alla scrittura con scritti autobiografici. Ma morì a Gaeta, senza essere riuscita a pubblicare per intero in suo unico romanzo. Dopo la sua morte, il marito Angelo Pellegrino fece pubblicare all’estero
L’arte della gioia.
Divenuto un cult in tanti paesi, molte delle sue descrizioni, vie e personaggi sono ispirati dal quartiere in cui è cresciuta.
E San Berillo divenne immortale.
Il cinema
San Berillo è entrato nel cinema.
E quando un luogo entra nell’arte, non muore.
Luchino Visconti cercò la ragazza che interpretasse la scena del bacio proprio a San Berillo
Al museo Casa del Nespolo di Acitrezza dedicata ai Malavoglia e La terra trema si trovano scatti del film. Questa è la famosa foto che rappresenta la scena che nessuna ragazza della zona volle interpretare (foto archivio personale).
E il cinema di quegli anni amava San Berillo. Andate a guardare le prime scene de Il bell’Antonio dove si vede la futura via Di Prima (sì proprio quella) allora via Zappalà e via San Berillo. Il palazzo centrale divide la prima via dalla seconda e proprio da quella strada arriva Mastroianni.

Cartolina dell’epoca (fonte Catania Sparita, Facebook). Piazza Agostino Malerba. Il palazzo centrale separa la via Zappalà da via San Berillo. Nel film “Il bell’Antonio”, Mastroianni percorre via Zappalà dirigendosi verso piazza Agostino Malerba (per tutti ricordata come piazza Nicosia). Il palazzo centrale e quello a destra non esistono più. Oggi quella via si chiama via Giovanni Di Prima.
Ma anche Ava Gardner girò delle scene nella zona di San Berillo per La Sposa Bella.
Lo sventramento
Negli anni ’50 arriva il progetto: creare una grande e bella via che collegasse Piazza Stesicoro alla stazione.
Nasce Corso Sicilia.
Nasce l’idea della “Milano del Sud”.
(fonte Wikipedia). Ciò che rimase delle case e dei palazzi tra Via Madden e via San Berillo prima di costruire il Corso Sicilia
30.000 persone furono sfollate.
Case demolite. Botteghe cancellate. Qualcuno parla di deportazione. Il progetto rimase incompiuto.
E il vuoto è ancora lì.
La bellezza di questo quartiere stava nell’avere bellissimi palazzi barocchi e vie più povere e misere; via delle Finanze con la vecchia colata del 1669, le stradine strettissime, gli artisti, i commercianti; la fabbrica di cementine, i negozi di articoli musicali, il mercato, il pesce che veniva venduto anche di notte, le friggitorie, i ristoranti, i sarti, e le belle.

Il vuoto in Corso Martiri della Libertà (immagine de I Fantasmi di San Berillo)
Perché?
Non era solo degrado.
Era un quartiere popolare, ingombrante, difficile.
La strada “si doveva fare”.
Punto.
Installazione artistica che riproduce una bella nello Street Art di San Berillo. (archivio personale)
Oggi c’è la street art.
Ci sono migranti, movida, ristoranti, prostituzione.
C’è una piazzetta dedicata a Goliarda Sapienza.
San Berillo non è morto.
È una ferita.
E se una ferita sanguina, significa che è viva.
Conclusione
“”Hanno demolito il mio quartiere e non ci tornerò più. Quello che non hanno fatto i fascisti, sono riusciti a farlo i democristiani”. Io, Jean Gabin, Goliarda Sapienza.”
Non è solo una frase politica. È il dolore di chi ha perso la propria casa.
San Berillo non è nostalgia. È memoria urbana.
E una città che dimentica le sue ferite
finisce per rifarle.

Un murales dello Street Art nello slargo dedicato a Dora Musumeci (archivio personale)

Il famoso palazzo che separa il Corso Sicilia dal Corso Martiri della Libertà (archivio personale)
San Berillo dava solo tanto fastidio.



![]()






[…] Cosa c’è di bello nel film con Mastroianni? Intanto Mastroianni, poi Claudia Cardinale e la bella delle belle, usurpata e sempre trattata male, ovvero Catania. All’inizio del film, oscurato purtroppo dai titoli, vi è una scena di Mastroianni che percorre una stradina verso una piazza. Quei luoghi non esistono più, poco dopo le riprese molti palazzi vennero buttati giù per costruire la City, o Milano del Sud, che poi si trasformò nel flop più flop dell’edilizia del ‘900 italiano! (se vuoi approfondire leggi il mio articolo su San Berillo) […]