Vivere a Cibali
Per alcuni anni ho abitato in una zona periferica di Cibali.
Dico periferica perché il cuore del quartiere, quello che i catanesi riconoscono come tale, è altrove: nella zona che chiamiamo Casbah, o ancora tra via Piccione, via Sebastiano Catania, via Nuova, oppure nella parte dello Stadio.
Io abitavo in una parallela di via Galermo, a due passi dalla vecchia fermata della Littorina, dove oggi si trova la stazione della metropolitana.
La percepivo come periferia perché mi sentivo tagliata fuori dal cuore del quartiere e, anche a causa del cantiere della metropolitana, per raggiungere via Vincenzo Casagrandi dovevo compiere un lungo percorso. Nella mia percezione, quella diventava la strada grande, l’accesso al cuore pulsante di Cibali.
In quella zona mi incuriosivano due strutture.
La prima si trova nella parte a uncino della via Vincenzo Casagrandi: un palazzo di fine Ottocento, primi del Novecento, abbandonato.
La seconda era un edificio che non sembrava affatto un’abitazione. Sul grande portone era inciso: San Benedetto – A.X.V.II.E.F.. Tutto faceva pensare a una struttura ecclesiastica.
Un luogo senza nome
Va ricordato che quella parte di Cibali, un tempo, era una zona residenziale per famiglie benestanti. È curioso come, crescendo, la città si sia, in qualche modo, ristretta.
Cibali è in collina, distante circa mezz’ora di passeggiata dal centro storico. All’epoca il mezzo di trasporto più veloce era la carrozza e, se oggi osservate la via Galermo, via Merlino, via San Paolo o più in alto verso via San Nullo, si notano ancora ville eleganti, spesso con giardini.
Il palazzo abbandonato continuava però a incuriosirmi. La fantasia correva, finché un’amica attrice mi raccontò che a Cibali, in prossimità della linea della Littorina, era nata la prima industria cinematografica della città: l’Etna Film.
Non si conosceva però con certezza la collocazione.
Iniziai così a perlustrare la zona e, durante il periodo del Covid, mi concentrai maggiormente nelle ricerche. Mi convinsi che quel palazzo potesse essere il luogo giusto: osservando le mappe online, si poteva intuire come all’inizio del Novecento tutta quell’area fosse campagna. Nei giardini retrostanti sarebbe stato facile immaginare padiglioni, set, uffici.
La sensazione che mancasse qualcosa
Nella primavera del 2020, appena tornati “liberi”, molti di noi sentirono il bisogno di tornare a perlustrare il mondo: in città, in montagna, o semplicemente ad ascoltare lu scrusciu do mare.
Sapendo che la prima domenica del mese i musei erano gratuiti, andammo a visitare il Museo del Cinema di Catania.
Il museo, ospitato alle Ciminiere, è ispirato a quello di Torino e all’ingresso espone le immagini delle prime industrie cinematografiche catanesi.
Oltre all’Etna Film, sono presenti la Katana Film, la Sicula Film, la Jonio Film e la Morgana Film di Nino Martoglio. Chiesi informazioni alle addette, ma non seppero darmi indicazioni precise. Mi dissero soltanto che anche nella zona delle Ciminiere erano stati allestiti set cinematografici.
Sentii chiaramente che mancava un pezzo.
La memoria urbana e la memoria documentata non sempre coincidono
Non sempre nelle mie ricerche sulla città di Catania riesco a trovare fonti scritte. Molto è andato perduto, e molto forse non è mai stato documentato. A complicare tutto c’è il fatto che la città fu pesantemente bombardata nel 1943 e che, pochi anni dopo, l’Archivio storico andò a fuoco.
Gli articoli online parlavano genericamente di Cibali e di vicinanza alla linea della Littorina.
Un giorno, su una pagina Facebook che si occupa della storia della città, venne pubblicata la foto del palazzo che mi affascinava. Nei commenti si arrivò alla conclusione che fosse stata una clinica. Oggi può sembrare strano, ma un tempo cliniche, istituti e banche erano progettati da grandi architetti e contribuivano a rendere bella la città.
Esposi i miei dubbi. Ho imparato che fare domande, soprattutto in questi spazi, spesso porta frutti: la memoria delle persone può diventare una fonte preziosa.
Un signore mi rispose raccontando che da bambino, negli anni Cinquanta, viveva in una stradina sotto la linea ferrata. Accanto c’era un edificio enorme, con un giardino grandissimo, e sentiva dire che quello, un tempo, era l’Etna Film. In seguito venduto alla Chiesa.
Ma andiamo con ordine.
Hollywood a Catania non è una metafora
Siamo nel 1913.
Il 31 dicembre nasce l’Etna Film.
Nasce prima di Cinecittà, in un momento in cui negli Stati Uniti le grandi star non avevano ancora trasformato Hollywood nella fabbrica dei sogni che conosciamo.
Oggi sappiamo che la sede si trovava in via Casagrande 53.
Come si vede dalle mappe dell’epoca, si trattava di un’area ampia.
Perché Cibali?
Se si osserva una cartina toponomastica della città dei primi del Novecento, si arriva a fatica fino a viale Mario Rapisardi, via Susanna bassa, via Stazzone bassa e, nelle mappe della linea tranviaria, fino a Cibali. Oltre la Casbah, la chiesa della Madonna delle Grazie e piazza Bonadies, il territorio era fatto di ville di campagna. Superata piazza dello Stazzo (oggi piazza 2 Giugno 1946), era campagna — e in parte lo è ancora.
Era dunque il luogo ideale per creare un impero cinematografico.
Esattamente come accadde nella campagna di Hollywood, tra distese di campi e aranceti.
Via Casagrandi 53: una cittadella del cinema
Ma non fui la sola a scoprirlo. Molti, finalmente, si erano interessati alla storia ed erano arrivati alla stessa conclusione. Quindi quel “a Cibali, proprio sotto la linea ferrata” adesso avevamo un indirizzo preciso: via Vincenzo Casagrandi 53.
Come riportato su Wikipedia: “La sede della società, i teatri di posa, le officine e i locali per il trattamento delle pellicole, erano ubicati nel rione di Cibali, nei pressi della stazione della Circumetnea su una superficie di circa tre ettari. Comprendeva palazzine, uffici, ben due teatri di posa, officina meccanica e di falegnameria per l’approntamento delle scenografie, camerini per gli attori, sartoria e sala trucco.”
Grazie alle molte ricerche adesso sappiamo che mentre una delle entrate era in via Casagrandi, l’altra era all’altezza di via Cibele. Delle altre due entrate, al momento, non si conoscono l’ubicazione. E all’interno vi era un mondo, una macchina dei sogni.
Ipotesi di estensione dell’Etna Film tra via Vincenzo Casagrandi e via Cibele, sulla base delle entrate documentate.
Il padre sognatore di questo grande progetto che doveva diventare tra le maggiori case di produzione cinematografiche, con strumenti che avrebbero reso l’Etna Film internazionale, era Alfredo Alonzo.
Lo zolfo e i capitali
Ma chi era Alfredo Alonzo e come riuscì a creare l’Etna Film? Grazie allo zolfo!
Catania, grazie allo zolfo, era diventata una ricchissima città e il simbolo erano le Ciminiere, sorte sul mare, a pochi passi dalla stazione della città. A rendere possibile tutto questo erano stati gli svizzeri, che arrivarono nella città barocca per trovare una terra “vergine” dove stabilirsi e arricchirsi.
Gli svizzeri erano imprenditori molto svegli, non si occuparono solo di zolfo, ma anche di tessuti, banche, pasticcerie e amarono una cosa su tutto: la Plaja di Catania. Facevano lunghe passeggiate sulla spiaggia convincendo i catanesi a vedere quel luogo come un posto di svago.
Lo zolfo fece di Catania una città ricca. E perché non creare una prima industria cinematografica? Un’industria grandissima, con teatri di posa, maestranze, attrezzatura all’avanguardia?
Catania un set naturale perfetto
Catania era anche un luogo adatto per un set naturale: aveva luce, natura, mare, montagna, neve, e vie piene di barocco. Tuttora la città possiede quel fascino che rende appetitoso per le produzioni cinematografiche: le vie del barocco, palazzi bellissimi, stradine strette e consumate. Mare. E poi, in quegli anni, vi erano molti intellettuali che permettevano un dialogo con il cinema: Verga, Capuana, De Roberto e, come spiega Sergio d’Arrigo, in un’intervista (clicca qui per leggerla) lo stesso Pirandello che era figlio dello zolfo. Quindi era un cerchio perfetto tra letteratura, zolfo, e immagine in movimento.
Il primo film: un colossal alle pendici dell’Etna

Il primo film prodotto da Etna Film fu Christus: un vero colossal per l’epoca, pensato per affermare sin da subito la forza e l’ambizione della nuova casa di produzione. Non un esperimento timido, ma un’opera di ampio respiro, con grandi scenografie, numerose comparse e una messa in scena che doveva impressionare il pubblico e il mercato. Era una dichiarazione d’intenti: il cinema nato a Cibali non voleva essere periferico, ma competitivo.
Quella scelta inaugurale racconta molto della visione di Alfredo Alonzo e dei suoi collaboratori. Il cinema, per loro, non era un passatempo o una curiosità tecnica, ma una vera industria culturale, capace di trasformare la materia prima – lo zolfo, la manodopera, lo spazio – in immaginario, racconto e sogno. Con quel primo film, Etna Film si presentò come una fabbrica di immagini pronta a dialogare con il resto d’Italia e d’Europa.
La fine di un sogno e l’inizio dell’oblio
Il declino di Etna Film non fu improvviso né dovuto a un singolo errore. A spezzare quell’esperienza furono eventi più grandi: la Prima guerra mondiale, la crisi economica che ne seguì, l’influenza spagnola, che colpì duramente una società già provata. L’industria cinematografica italiana, ancora fragile, si concentrò progressivamente altrove, lasciando realtà come quella catanese senza il tempo necessario per consolidarsi.
A tutto questo si aggiunse, negli anni successivi, una rimozione lenta ma costante. Bombardamenti, trasformazioni urbanistiche, archivi dispersi o distrutti contribuirono a cancellare le tracce materiali e narrative di quella stagione. Così Etna Film smise di essere ricordata non perché fosse stata irrilevante, ma perché la città cambiò pelle, perdendo pezzi della propria memoria.
Catania, un set naturale che non ha mai smesso di esistere
Se l’industria cinematografica di Cibali è stata dimenticata, Catania non ha mai smesso di essere cinema. La città ha continuato a offrirsi come set naturale, grazie a una stratificazione urbana e simbolica unica. Via Crociferi, la Civita, il Monastero dei Benedettini, San Berillo: luoghi che, di volta in volta, diventano scena, racconto, memoria.
Qui hanno girato registi come Luchino Visconti, Mauro Bolognini, Pietro Germi, Luigi Zampa, Lina Wertmüller, Valeria Golino. Fino ad arrivare a Ficarra e Picone, che hanno restituito una Catania quotidiana e contemporanea, e alla serie Vanina, che riporta la città al centro di una narrazione seriale riconoscibile e viva.
Oggi restano gli edifici, i vuoti, i documenti ritrovati per caso e le ricerche di chi prova a ricucire una storia interrotta. E resta una domanda, forse la più importante: quante altre storie simili si nascondono ancora sotto le strade di Catania, in attesa di essere raccontate?




