L’isola dove volano le femmine è un romanzo di Marta Lamalfa edito da Neri Pozza (2024).
Con una lingua originale e antica, Marta Lamalfa riporta alla luce un fatto storico dimenticato e ci trasporta in una terra battuta dal vento, minuscola eppure universale.

Mentre a Catania si creava la linea tranviaria ad Alicudi volavano le femmine.
Perché la Sicilia non è una ma tante, e ogni storia sembra raccontare un tassello del cubo di Rubik.
Le ginestre erano da poco fiorite e tutto si era colorato di giallo. E viola di buganvilla e di erica. E arancio di fichidindia in fiore.
Alicudi: sperduta, solitaria e selvaggia
Ho conosciuto la storia, o la leggenda del pane psichedelico di Alicudi quando al cinema ho visto il film La primavera della mia vita di Zavvo Nicolosi con Dimartino e Colapesce.
Alicudi mi manca, nel senso che non ho potuta ancora visitarla così come non ho visitato Filicudi. Sono lontanissime dal resto delle sorelle, se si pensa che da un angolo di Vulcano sembra proprio di toccare Lipari e da Lipari arrivare presto a Salina; Alicudi e Filicudi sembrano ombre lontane. Pensate a vivere in quei posti all’inizio del ‘900.
Ad Alicudi gli anni si contano coi guai
Le Isole Eolie non hanno acqua potabile. Ecco perché è stato sempre difficile abitarle e perché l’acqua diventa una ricchezza. L’acqua che potevano bere era quella piovana che serviva anche per cucinare. Adesso l’acqua viene portata attraverso delle navi cisterne. Li vedi ai porti. Arrivano ogni giorno per rifornire le isole. Allora per lavarsi e rinfrescarsi si andare a mare, si facevano i bagni lì. Immaginate noi oggi che ogni volta facciamo un bagno al mare ci inzuppiamo di creme e protezioni e andiamo a farci una doccia per toglierci il sale dalla pelle che brucia.
Qualcuno diceva che oltre il mare ci si poteva andare. Che gli arcudari non erano soli. Che ce n’erano altri, come loro. Forse meglio di loro.
Alicudi ha stradine strette e in salita, non ci sono le auto, i muli sono i veicoli più adatti per le mulattiere. A vederla così sembra un’isola incontaminata dove poter vivere in pace, senza essere disturbati. Ma sia Alicudi che le altre isole dell’arcipelago vivono momenti difficili. Anche per un medico o per andare a scuola ci sono difficoltà. Al 2025 gli alunni della scuola sono solo due diventando la scuola più piccola dell’Europa.
Alicudi e l’allucinazione collettiva
Marta Lamalfa dal posto in cui è nata e cresciuta (Palmi) riesce a vedere quasi tutte le isole ma Filicudi e Alicudi sembrano sfuggirle. Lontane, poco visibili. Quando legge l’articolo dell’antropologo Paolo Lorenzi che parla del pane nero di Alicudi, impastato con la segale infestata da un fungo parassita che crea allucinazioni a causa dell’ergot che è alla base anche della LSD comincia a riflettere su come sia stato vivere in un posto selvaggio come Alicudi.
La miseria ti fa mangiare pane di segale invece che di grano, e la segale la prepari anche se ha le tizzonare (così erano chiamate le escrescenze nere nella spiga). Fatichi tanto. Ti spezzi la schiena. Fai figli perché un giorno saranno braccia per aiutarti; non puoi amare chi decidi, chi devi sposare te lo impone la famiglia. Pensi a Palermo come un mondo lontano e anche Lipari ti sembra un posto incantevole, mille volte più vivo e vero della tua isola. Ecco come nasce questa storia con al centro la famiglia de Iatti, così vengono chiamati i Virgona, una famiglia che vive lavorando in campagna.
L’isola dove volano le femmine: i personaggi
L’isola dove volano le femmine è un romanzo corale, tenero, poetico e amaro. Caterina è la fanciulla che ha perso la sorella gemella Maria. I Iatti accusano Ferdinando della morte di Maria: li avevano visti insieme, li avevano visti parlare. Lui l’aveva fatta ammalare di sifilide e in pochi giorni era andata via. Adesso Caterina si sente a metà e deve ricucire i fili della sua identità. Sentendo le storie della catananna, crede nelle majare. E una majara lei la conosce: Caloria. Ha deciso di non sposarsi e vive libera. “Era una donna come Caterina non ne aveva viste altre. Che esisteva e basta, come esistevano gli storpi”. Caterina è convinta di vederla insieme a altre danzare nude e poi volare. Forse, crede la ragazzina, anche lei può diventare come loro, volare fino a Palermo per prendere tutto il cibo che serve alla sua famiglia.
La terra senza chi la sa è solo sporco ai piedi
Nardino è piccolo e zoppo. Non è bravo a far nulla. Per la famiglia è quasi un peso, soprattutto adesso che la madre è nuovamente incinta e lui non sarà più il più piccolo, così il padre Onofrio decide di mandarlo a Lipari, a scuola. Pensare che per un ragazzino che non va bene per i campi l’unica soluzione sia la scuola è così anacronistico. Eppure era la mentalità di allora: la scuola ha un costo, la pancia brontola. Nardino rappresenta tutti i bambini che sembravano sbagliati ma erano solo nel posto sbagliato e lo dimostrerà la sua sete di sapere e la sua curiosità. Scoprire il gelato, il mondo, le parole e i numeri sarà, forse, il suo modo per potersi salvare da un destino fatto di isolamento e terra bruciata.
Ferdinando voleva fare la rivoluzione ma sbaglia e si ritrova a scontare una pena nel castello di Lipari. Ha contatti, ha conoscenze; c’è chi spera nella rivoluzione anche in Sicilia e quindi gode della libertà, può girare le isole e parlare della rivoluzione, che non ci sono padroni e neppure schiavi. Maria sarà affascinata dalle sue parole e poi conquisterà anche Onofrio. Ma poi cos’è questa rivoluzione? Come si fa la rivoluzione? Onofrio non capisce neppure che Nardino non è diventato improvvisamente sciocco ma ha un problema alla vista, come può capirne di politica?
Un linguaggio antico
Il linguaggio del romanzo è ricercato e molto legato ai termini dell’epoca. Mi ha colpito il termine “catananno/a” che significa bisnonno. A Catania non mi è mai capitato di sentirlo ma dalle mie parti, era molto utilizzato. Leggere un termine utilizzato a Riesi (un’isola nell’isola dato che i paesini dell’entroterra sono sempre isolati dagli altri attraverso vaste distese di campagne e colline) che veniva utilizzato in un’isola tra le più isolate è stato particolare. Parola pre-moderna, probabilmente da kata che in greco significa secondo. Resisteva in zone povere e che non hanno vissuto una veloce modernizzazione.
Miti, ombre e sogni
“Io dico che se una sa come volare, poi qua non ci torna”.
Ne L’isola dove volano le femmine non ci sono solo majare ma anche grandi pagliacci, pietre che piovono dal cielo e non ti fanno male, reti e ombre. Fantasmi. Ci sono rimpianti. C’è la consapevolezza di non aver seguito il proprio cuore e poi la scoperta che forse si può rimediare con i figli. C’è la tradizione. Ci sono segni di ribellione silenziosa, così silenziosa da stare racchiusa in un pezzo di spugna di mare. E c’è il mare. Un mare che fa paura anche se ti dà da mangiare. C’è un mare che ti separa dalla civiltà e ti fa paura attraversarlo per vedere cosa avviene oltre. E allora perché non volare?
Quando la luna è così grossa in cielo, le case diventano quasi gialle. E il mare, il mare che di notte sembra risucchiarti intero, quando riesci a vedere le piccole pieghe delle onde, lo senti già cullarti e farti passare passare ogni paura.
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