Salta al contenuto principale

SoloStorieBelle.it

SOLO STORIE BELLE

Sant’Agata Femminista: perché non sono d’accordo

Ogni tanto Sant’Agata viene riscritta per adattarla al nostro tempo. Diventa una bambina indifesa, una vittima o, più recentemente, un’eroina femminista ante litteram. Ma nessuna di queste immagini regge davvero, se si guarda al contesto storico e alla devozione popolare.

Sant’Agata è una martire cristiana del III secolo e la sua storia nasce dentro una cultura profondamente patriarcale. Una cultura in cui il corpo femminile è terreno di possesso e punizione, la verginità ha un valore teologico e la santità passa spesso dal sacrificio estremo. Leggerla come se fosse una donna del XXI secolo rischia quindi di essere un’operazione anacronistica.

Questo, però, non significa che Agata sia una figura passiva o muta.

Sant’Agata non è vittima ma potenza

La devozione popolare, in fondo, lo sa da sempre. Il popolo catanese non venera una vittima, ma una potenza. Agata ferma la lava, protegge la città, viene portata in trionfo da uomini che si inginocchiano davanti a lei.

È madre, guardiana, autorità. Non è la santa dolce e remissiva che spesso ci viene raccontata, ma una figura forte, quasi terribile. Ed è proprio così che Catania l’ha sempre riconosciuta.

A destra un’immagine di Sant’Agata poco prima di morire a sinistra la cella all’interno della Chiesa di Sant’Agata al carcere

Quanti anni aveva davvero Sant’Agata?

Uno degli elementi più distorsivi della tradizione tarda è l’averla trasformata in una fanciulla, se non addirittura in una bambina. Eppure le ricostruzioni storiche più attendibili parlano di una giovane donna, probabilmente diciottenne.

La tradizione popolare ha spesso trasformato Sant’Agata in una bambina, ma le fonti storiche più attendibili parlano di una giovane donna, probabilmente intorno ai diciotto anni. Nel III secolo una ragazza di questa età era già considerata adulta, socialmente visibile e pienamente inserita nella vita pubblica della città.

Anche il velo, segno di consacrazione e di scelta religiosa, non era destinato alle bambine, ma a giovani donne capaci di esprimere un consenso consapevole. Questo dettaglio cambia radicalmente la lettura del martirio: Agata non è una vittima inerme, ma una donna che sceglie e resiste.

Una diciottenne del III secolo non era fragile. Era in età da matrimonio, socialmente visibile, già considerata adulta. Non protetta, ma esposta. Questo dettaglio cambia radicalmente il modo in cui leggiamo la sua storia.

Agata era già popolare nella comunità cristiana catanese

Agata non era una cristiana qualunque. Apparteneva a una famiglia importante, possedeva beni, era conosciuta e seguita nella sua città. Le sue scelte non erano intime o private, ma pubbliche.

Finestra della cella della chiesa di Sant’Agata al Carcere

Proprio per questo il suo rifiuto diventa pericoloso. Una donna anonima non avrebbe attirato tanto accanimento; Agata invece contava, e il suo esempio aveva un peso reale.

Anche il velo rosso, oggi indicato come semplice dettaglio simbolico, va letto in questa chiave. Nel mondo antico e nel cristianesimo primitivo il velo poteva essere un segno pubblico di consacrazione.

Indossarlo significava dichiarare visibilmente che la propria fedeltà era altrove. In una città piccola, dove tutti guardavano, quel gesto non era neutro. Agata espone la sua fede.

Il ruolo di Quinziano

Quinziano non è soltanto un carnefice crudele. È soprattutto un politico. È a Catania per riaffermare l’autorità romana, reprimere il cristianesimo e ottenere consenso.

Secondo la tradizione, Quinziano non assisteva agli spettacoli del Colosseo Nero come gli altri. Preferiva osservarli dall’alto, affacciato dal balcone di un palazzo nella zona dell’attuale Sant’Agata al Carcere. Una dichiarazione di potere: guardare dall’alto per ricordare a tutti chi comandava. Il desiderio di eleggersi sopra tutti i catanesi.

Agata è giovane, ricca, rispettata, credente. Se Agata cede, Catania cede. Se Agata resiste, Catania guarda. Il martirio nasce da qui: da uno scontro di potere simbolico.

Ed è a questo punto che si capisce perché definirla “femminista” non funzioni. Agata non combatte il patriarcato, non rivendica diritti, non rifiuta il matrimonio in quanto tale.

Difende la sua verginità come scelta religiosa, protegge il proprio ruolo pubblico e vuole essere esempio per la sua città. Non lotta contro qualcuno: sceglie.

In una società in cui alle donne non era concesso scegliere, Agata sceglie.

Per questo l’etichetta di “eroina femminista” risulta povera. La riduce a slogan e rischia di allontanare chi la vive come devozione. Molto più fecondo è riconoscere in Agata una figura di resistenza femminile, una donna che non chiede salvezza al potere maschile.

Quinziano: semplice uomo patriarcale ossessivo o c’è altro?

Quinziano non è innamorato della bellezza della ragazza. Era un uomo con potere: quante donne poteva avere? Tutte quelle che voleva. E allora perché Agata?

Agata era simbolo già allora. Agata è ricca, bella e istruita. Usa bene le parole – ma questo Quinziano lo scoprirà durante il processo – se Agata crolla e cede, tutti i cristiani di Catania finiranno per cedere e lui vincerà. L’imperatore lo ringrazierà e sposerà una donna giovane, bella e ricca.

Ma Agata dirà no, e lo dirà per la sua verginità consacrata a Dio e per fedeltà verso il suo popolo.

Agata non muore perché è debole, ma perché non è controllabile. Ed è proprio questo che spiega la violenza del martirio, l’accanimento del potere e la forza duratura del suo culto.

Che fine fa Quinziano

Di Quinziano sappiamo poco. Inviato in città per eliminare il problema del cristianesimo. Il processo lo vede coprotagonista di una delle scene più intense, degne di un film. Prima cerca di indurla al peccato portandola dalla tenutaria di una delle case di piacere. Sconfitto pensa al processo e alla tortura come ultimo atto di forza. L’accusa di stregoneria, la conduce nei pressi di quello che oggi è la Chiesa di San Biagio alla Fornace per bruciarla viva, ma arriva un terremoto. Questo per la popolazione è un segno di Dio, per Quinziano un altro ostacolo che lo rende ancora più fragile e furente: decide di torturarla strappandole il seno: eliminando la parte di femminilità della ragazza, quella femminilità che lei non gli ha concesso:

Empiocrudele e disumano tirannonon ti vergogni di strappare in una donna ciò che tu stesso succhiasti nella madre tua?

Alla fine Agata decide di raggiungere Dio. Quinziano ha vinto? Per la città di Catania no. Vi è una rivolta e poi, quando le acque si calmano, decide di impossessarsi delle terre della ragazza, nei pressi del fiume Simeto e lì sparisce, inghiottito dalla terra. Un segno? Una punizione? O, semplicemente, qualcuno esausto dal tiranno, lo eliminò? Non lo sapremo mai!


Sant’Agata non ha bisogno di etichette contemporanee per essere grande. La sua grandezza sta nel fatto che, ancora oggi, continua a disturbare.

💌Una lettera al mese con storie siciliane, memoria e bellezza 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *