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SOLO STORIE BELLE

Quanto conosciamo davvero Evelyn Nesbit e quanto, invece, conosciamo soltanto le storie che gli altri hanno raccontato su di lei?

A sedici anni Evelyn Nesbit era una delle ragazze più fotografate d’America. Sembrava avere davanti un futuro luminoso. Eppure, come molte giovani della sua epoca, sapeva che la fama non sarebbe durata per sempre. Per una modella o un’attrice dei primi del Novecento il successo era fragile; il matrimonio rappresentava spesso l’unica vera sicurezza economica e sociale.

Studiare Evelyn Nesbit significa entrare in un’America piena di contraddizioni: puritana nei discorsi, ma indulgente verso gli uomini potenti; affascinata dal successo femminile, ma convinta che il destino di una donna fosse comunque trovare un marito. In quel mondo, Evelyn cercò di costruirsi un futuro. Lo fece con le possibilità che aveva, prendendo decisioni che oggi possono apparire contraddittorie. Ma forse è proprio questa complessità a renderla ancora così umana.

No, non mi interessa dirvi quando nasce Evelyn e come divenne famosa. A me interessa raccontarvi che, la sua vita, la portò a New York. Era bella, orfana di padre, una madre che non sapeva gestire il denaro, un fratello minore molto fragile. E sì, era così bella che la gente si girava a guardarla e la madre se ne accorse. Lei iniziò a posare per alcuni pittori, tra cui Charles Dana Gibson, che la ritrasse, tra l’altro in quel quadro famoso a punto interrogativo, The Eternal Question, capì che poteva guadagnare più che nel magazzino dove lavorava con la madre che per assumerla aveva mentito sull’età. Poi arrivò la fotografia e Evelyn Nesbit si trasformò nella “prima top model”.

The Eternal Question

  

Dalle Gibson Girl a Broadway

Dettavano la moda, tutte le ragazze acquistavano i giornali per poter ammirare le modelle ritratte in quelle riviste. Quello che poi divennero prima le Pin-Up poi le Top Model tra gli anni 80-90 e le contemporanee influencer, questo erano le Gibson Girl. Ma a un tratto a Evelyn questo non bastava, sapeva che non poteva fare ritratti a vita e le venne richiesto di posare per alcuni fotografi che facevano a gara per averla, tra cui Rudolf Eickemeyer Jr che la fotografa con un chimono su un tappeto di pelle d’orso e poi anche in un mondo sognante, come se fosse una ninfa e tra i capelli dei fiori – Evelyn Nesbit with Chrysanthemums . Quella foto finì tra le mani di L.M. Montgomery mentre scriveva il suo romanzo Anna dai capelli rossi e l’immagine ingenua e sognante ma anche intelligente la ispirò per la creazione del viso di Anna.

Per guadagnare di più Evelyn nel 1901 inizia a lavorare a Broadway come ballerina. Uno degli intenti della ragazza che a dicembre avrebbe compiuto 17 anni, era conoscere un uomo ricco, facoltoso, magari trovare l’amore come nelle storie che leggeva da bambina con il padre, e sposarsi. Sapeva che non poteva fare l’artista per sempre anche perché quel mondo prima iniziava a starle stretto. Eppure è proprio a Broadway che Nesbit non incontra il grande amore ma i due uomini che le rovinarono l’esistenza!

Stanford White, il genio che costruì New York

Stanford White era uno degli uomini più influenti d’America.

Architetto di straordinario talento, insieme ai soci Charles McKim e William Mead aveva firmato alcuni degli edifici più prestigiosi della città. Nell’età dorata della Gilded Age, i nuovi milionari americani desideravano dimostrare la propria ricchezza attraverso dimore sontuose, club esclusivi e palazzi monumentali, e White era l’uomo a cui tutti volevano affidare i propri sogni. Il suo gusto raffinato contribuì a modificare lo skyline di New York e il suo nome era sinonimo di prestigio, eleganza e successo.

Dietro quella rispettabilità, tuttavia, si nascondeva un lato molto più oscuro. Da tempo circolavano voci sul suo interesse per ragazze molto giovani. Diverse testimonianze raccontavano di adolescenti invitate nel suo appartamento privato, un luogo arredato con gusto teatrale dove spiccava una celebre altalena rivestita di velluto rosso, destinata a diventare uno dei simboli della vicenda.

Fu proprio nel mondo del teatro che White incontrò Evelyn. La madre, Florence, vedeva in quell’uomo distinto e generoso un prezioso benefattore: White si mostrava premuroso, prometteva di aiutare la famiglia e perfino di favorire la carriera del fratello di Evelyn.

Così, quando dovette assentarsi da New York, affidò la figlia sedicenne alle sue attenzioni con la stessa fiducia che avrebbe riposto in un vecchio amico di famiglia.

Secondo il racconto che Evelyn avrebbe reso anni dopo nelle sue memorie e durante il processo Thaw, White la invitò più volte nel suo appartamento. Una sera le offrì dello champagne e le fece indossare un kimono di seta gialla. Lo champagne aveva un gusto strano. La ragazza raccontò di aver perso conoscenza e di essersi risvegliata poco dopo completamente nuda, con il sangue sulle cosce.

«Entrai vergine e ne uscii che non lo ero più», scriverà anni dopo.

Sempre secondo la sua testimonianza, White cercò di rassicurarla, ma le raccomandò di non raccontare l’accaduto a nessuno. Non era soltanto la sua reputazione a essere in gioco. Nell’America puritana dei primi del Novecento, una giovane donna che avesse ammesso di aver perduto la verginità fuori dal matrimonio rischiava di vedere compromesso il proprio futuro. Chi avrebbe sposato una ragazza coinvolta in uno scandalo? Per una giovane come Evelyn, che sperava di costruirsi una sicurezza attraverso il matrimonio, quella domanda pesava quasi quanto il trauma appena subito.

Il miliardario che la costrinse a sposarlo

Nei mesi successivi Evelyn cercò di lasciarsi alle spalle quella dolorosa esperienza. Sul palcoscenico di Broadway conobbe il giovane attore John Barrymore, destinato a diventare uno dei più grandi interpreti della sua generazione. I due si innamorarono, Evelyn, con un ragazzo adatto alla sua età, era felice e Barrymore arrivò persino a chiederle di sposarlo.

Per la signora Nesbit, però, quel ragazzo non rappresentava il futuro che aveva immaginato per la figlia, poco ricco e lei aspirava per la bellissima figlia un miliardario. Anche Stanford White contribuì ad allontanare i due giovani, favorendo l’iscrizione della ragazza in un collegio. La relazione con Barrymore si spense così, lasciando spazio a un nuovo incontro destinato a cambiare per sempre la sua vita.

L’uomo si chiamava Harry Kendall Thaw, erede di una delle famiglie più ricche degli Stati Uniti. La corteggiò con ostinazione, sommergendola di rose rosse, regali e attenzioni. Quando Evelyn dovette sottoporsi a un intervento di appendicite, fu lui a sostenerne le spese, conquistando definitivamente la fiducia della madre. Ma Evelyn sapeva che nei salotti veniva etichettato come un folle e ne aveva timore e, forse, non era neppure attratta dal trentenne.

Dietro quella premura, tuttavia, si nascondeva un’ossessione.

Harry Thaw era convinto che Stanford White avesse distrutto la sua vita e a causa sua era visto male dall’alta società; da anni raccoglieva informazioni sul celebre architetto. Conosceva le voci che circolavano sul suo conto, i racconti delle giovani sedotte e, secondo alcune testimonianze, persino l’abitudine di drogare le ragazze prima di abusare di loro.

Durante un viaggio in Europa, Evelyn, sperando forse di allontanarlo, trovò il coraggio di raccontargli ciò che le era accaduto anni prima nell’appartamento di White. Pensava che quella confessione avrebbe posto fine al loro rapporto.

Accadde l’esatto contrario.

Thaw scoppiò a piangere, si mostrò devastato dal racconto e riuscì a suscitare la compassione della giovane. Ma ben presto il volto dell’uomo innamorato lasciò spazio a quello del manipolatore. Prima riuscì ad allontanare la madre che tornò a New York. In un castello europeo allontanò la servitù, la segregò e la sottopose a violenze fisiche e psicologiche. Evelyn riuscì a fuggire e a tornare a New York, ma Thaw la raggiunse ancora una volta, implorandola di perdonarlo.

Per una ragazza cresciuta nell’America dei primi del Novecento, segnata da uno scandalo che avrebbe potuto comprometterne la reputazione, il matrimonio appariva come l’unica via per ricominciare. Evelyn finì così per accettare la proposta di quell’uomo che, almeno in apparenza, sembrava disposto a proteggerla da un passato che continuava a perseguitarla.

La sera del 25 giugno 1906 i due si trovavano sul tetto del Madison Square Garden per assistere a uno spettacolo quando Harry Thaw vide Stanford White. Si avvicinò all’architetto ed estrasse una pistola, sparandogli a bruciapelo.

Le testimonianze non concordano sulle parole pronunciate pochi istanti prima degli spari. Alcuni sostennero di averlo sentito gridare che White aveva rovinato sua moglie; altri riportarono frasi diverse. Qualunque cosa disse, in pochi secondi uno dei più celebri architetti d’America giaceva morto davanti a centinaia di spettatori.

Il processo del secolo

L’omicidio di Stanford White divenne immediatamente il caso giudiziario più seguito d’America. I giornali trasformarono il processo in uno spettacolo quotidiano, raccontando ogni dettaglio della vicenda e alimentando la curiosità di un pubblico affascinato dallo scandalo.

Per la famiglia Thaw, però, il vero obiettivo era un altro: convincere la giuria che Harry aveva agito per difendere l’onore della moglie. Per farlo era necessario che fosse proprio Evelyn a raccontare pubblicamente ciò che aveva sempre cercato di dimenticare.

Alla giovane vennero fatte promesse. Se avesse collaborato, avrebbe ottenuto il divorzio e una sicurezza economica che le avrebbe permesso di ricominciare. Fidandosi di quelle parole, accettò di salire sul banco dei testimoni.

Davanti a un’aula gremita e ai cronisti di tutta la nazione, Evelyn fu costretta a rivivere il trauma subito anni prima. Raccontò dello champagne dal gusto amaro, del kimono giallo, del risveglio nel letto di Stanford White e di quella frase destinata a rimanere nella storia: «Entrai vergine e ne uscii che non lo ero più».

Da quel momento la sua identità sembrò ridursi a un’unica immagine. Per il pubblico e per la stampa non era più la modella che aveva conquistato New York né l’attrice di Broadway. Divenne “la ragazza dell’altalena di velluto rosso”, protagonista involontaria di uno scandalo che sembrava interessare più della sua stessa vita.

Harry Thaw, intanto, veniva guardato da una parte dell’opinione pubblica come un uomo che aveva vendicato l’onore della propria moglie. Le sue lacrime in tribunale contribuirono ad alimentare quell’immagine romantica del marito ferito, mentre il dibattito si concentrava soprattutto sulla moralità di Stanford White, sulla salute mentale dell’imputato e sul concetto di onore maschile.

In tutto quel clamore, la voce di Evelyn finì ancora una volta in secondo piano. La violenza subita da una ragazza sedicenne diventò un elemento della strategia processuale, più che il centro della discussione.

Le promesse ricevute, inoltre, si rivelarono in gran parte illusorie. Il matrimonio con Thaw era ormai irrimediabilmente compromesso e la ricompensa che le era stata promessa non arrivò mai.

Una vita dopo lo scandalo

Dopo il processo, Harry Thaw fu dichiarato infermo di mente e internato in un ospedale psichiatrico criminale. Negli anni successivi riuscì a ottenere la libertà. Ma la sua vita, a causa dei suoi problemi psichici, non fu facile e arrivò a rapire e seviziare un diciottenne. Morì anni dopo a causa di un attacco cardiaco, ma nel suo testamento pensò alla moglie a cui aveva rovinato la vita.

Per Evelyn, invece, iniziò una nuova battaglia: ricostruire la propria esistenza.

Poco tempo dopo diede alla luce un figlio, Russell. Ufficialmente il padre era Harry Thaw, anche se nel corso degli anni non sono mancate ipotesi e dubbi sulla sua paternità. Evelyn, tuttavia, non cambiò mai versione.

Con il matrimonio ormai finito, cercò di reinventarsi ancora una volta. Il cinema, allora agli inizi, le offrì una nuova opportunità. Tra il 1914 e gli anni Venti recitò in numerosi film muti, alcuni dei quali accanto al figlio ancora bambino. Non riuscì mai a raggiungere il successo che aveva conosciuto come modella, ma continuò a lavorare con determinazione in un’industria che stava trasformando il mondo dello spettacolo.

Nel 1916 sposò il ballerino Jack Clifford. Anche questa unione, però, si rivelò fragile e terminò dopo pochi anni. Secondo diverse ricostruzioni, il peso della notorietà e dello scandalo che continuava ad accompagnare il nome di Evelyn rese difficile anche quel matrimonio. Il passato sembrava non volerla abbandonare.

Negli anni successivi cercò più volte di riprendersi la propria storia. Pubblicò due autobiografie, nelle quali raccontò la sua versione dei fatti, e collaborò come consulente alla realizzazione del film The Girl in the Red Velvet Swing (1955), ispirato alla vicenda che aveva segnato la sua giovinezza. Come spesso accade quando una persona racconta la propria vita a distanza di molti anni, alcuni dettagli cambiarono nel tempo e non tutte le sue dichiarazioni risultarono sempre coerenti. Questo ha contribuito a rendere la figura di Evelyn ancora oggi oggetto di discussione tra biografi e storici.

Negli ultimi anni si allontanò progressivamente dal mondo dello spettacolo. Insegnò ceramica, visse con maggiore discrezione e trascorse la vecchiaia a Santa Monica, in California, dove morì il 17 gennaio 1967, all’età di ottantadue anni.

Conclusione

Quando oggi si pronuncia il nome di Evelyn Nesbit, il pensiero corre quasi sempre a una sparatoria avvenuta sul tetto del Madison Square Garden. Eppure quella notte rappresenta solo una piccola parte della sua esistenza.

Prima fu una bambina cresciuta nella povertà. Poi una delle modelle più celebri d’America, il volto di un’epoca e l’ispirazione per il volto della giovane Anna Shirley. Fu attrice, scrittrice, madre, insegnante. Cercò più volte di ricominciare, di raccontare la propria storia e di non essere ricordata soltanto come la protagonista involontaria del “processo del secolo”. Quando apprese della morte di Thaw disse che non lo aveva odiato, comprendendo che non era una persona cattiva ma solamente malata.

In una delle ultime interviste della sua vita dichiarò che l’unico uomo che avesse mai amato era Stanford White. Una frase che continua a interrogare gli storici e che probabilmente dice più della complessità della sua esperienza che dei suoi sentimenti.

Forse la domanda più giusta non è se Evelyn abbia davvero amato White. Forse dovremmo chiederci se, in una vita segnata dalla povertà, dalla violenza, dalla manipolazione e dall’esposizione mediatica, abbia mai avuto la possibilità di conoscere un amore libero, sereno e ricambiato.

Bibliografia

Evelyn Nesbit Wikipedia

PressinBag

 

foto – Pinterest

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