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Brancati è tra gli scrittori più famosi del Novecento. Nato a Pachino si trasferì ancora giovane a Catania, città che lo ispirò per tutta la vita. Trasferitosi a Roma, affiancò l’insegnamento al giornalismo, scrivendo soprattutto in riviste del regime. Ma a metà degli anni ’30 maturò una crisi politica che lo fece allontanare dagli ideali del fascismo e tornò a Catania dove, dopo una piccola parentesi a Caltanissetta, insegnò nell’istituto magistrale della città etnea che, all’epoca, si trovava in via Sant’Euplio, in un palazzo progettato da Carlo Sada, l’architetto milanese che aveva progettato il Teatro Massimo della città,  richiestissimo per le ville e i palazzi dei ricchi di Catania e non solo.

Gli anni 30 a Catania

In questo periodo Brancati inizia a frequentare la casa Sapienza-Giudice che si trovava nello stesso quartiere in cui viveva lo scrittore, San Berillo. La casa di via Pistone era diventata un covo antifascista e, come apprendiamo anche in alcuni romanzi autobiografici di Goliarda Sapienza, spesso vi erano incursioni da parte della polizia fascista.

Gli anni perduti viene scritto in questo periodo, proprio mentre si trova a Catania, pubblicato a puntate in una rivista e poi, in romanzo solo nel 1941 quando ritorna a Roma.

Una poco misteriosa Natàca

Gli anni perduti sembra un Aspettando Godot ante litteram dove a metà romanzo Godot si manifesta:  arriva con un’idea brillante per cambiare le sorti della città di Natàca. (anagramma del nome di Catania in greco Katanè).

A Natàca i giovani si annoiano. Sono là: Leonardo, Rodolfo e Giovanni sono là ad annoiarsi. Leonardo è tornato da Roma perché non stava bene e adesso deve ripartire. Ma non parte . Resta a Natàca, aspettando che qualcosa cambi e così anche i suoi amici: devono andare via da quella città che non ha nulla da offrire a dei giovani brillanti come loro, meglio andare a Roma, ma non si parte. Si aspetta! Si Aspetta di guarire da quella malinconia, si aspetta che arrivi quella telefonata per “sistemare” il lavoro a Roma, si aspetta la voglia di partire.

Sì, consigliami di partire! Ma poi, non si sa come, nessuno di noi riesce a partire. Questa è la vertà. Siamo caduti in una trappola”

E le ragazze? Le ragazze, come Lisa, sono lì che aspettano che qualcosa di elettrizzante arrivi. Una serata danzante, una passeggiata, una nuova conoscenza. A Natàca ci si annoia ma essa è così crudele che non ti lascia andare. Resti fermo: a passeggiare lungo la via Etnea (chiamata poi da Patti via dello Struscio!) i bar e i locali. In estate il mare, d’inverno a sciare sull’Etna. E il tempo passa ma loro non partono!

Oh! Queste piazze in cui non accade niente! Come mai non accade niente? Vediamo un po’, osserviamo in che modo non accade niente”

Sogni perduti

E poi arriva quel treno con Boscaino e la sua geniale idea: costruirò in questa città in cui non avviene mai niente una torre panoramica, bellissima, dove tutti vorranno salire per vedere la città, il mare e l’Etna!

E cerca di convincere i ragazzi promettendo di farli diventare ricchi; cerca finanziatori e la zona adatta per costruire la torre, e i materiali e la costruzione. E gli anni passano e finalmente la torre è pronta per l’inaugurazione.

Amarezza e realtà

Gli anni perduti segna il distacco dal primo periodo letterario di Brancati, vicino alle ideologie fasciste, pomposo e barocco. Tra metafore e satira si fa strada il tema di un uomo siciliano, le sue paure e paranoie che poi saranno accentuate nelle opere successive. Il finale è amaro e, forse, si salva solo Lisa. Tutti aspettano qualcosa che non arriverà mai e gli anni ormai sono perduti, per sempre! Un processo decrescendo delle vite: giovane-sfiorite; speranze-sconforto; illusione-follia! Come se si desse la colpa agli altri e non alle proprie azioni per ciò che ci succede e per ciò che diventiamo!

Ma il romanzo di Vitaliano Brancati è importante soprattutto per la città di Catania. Con esso, in maniera amara, e Brancati non lo sapeva perché morì prematuramente il 25 settembre del 1954, si è perso molto di più.

Uno scatto della Torre Alessi prima del boom edilizio (foto Agorà)

 

La vera torre che ispirò Brancati

Ritorniamo indietro, ritorniamo alla metà degli anni ’30 in una Catania diversa da quella che conosciamo oggi. Troppo differente e non parlo solo del traffico o del problema della differenziata. Parlo di quello che viene chiamato skyline!

Brancati insegna nell’istituto magistrale. Ogni mattina da casa sua (dei suoi genitori) esce e si immette in Piazza del Massarello, magari lo attraversa, ma credo sarebbe stato più comodo scendere per la via Pastore dove viveva (alcuni dicono al numero 24 o 25 non è certo). Arrivava a Piazza Spirito Santo con i suoi palazzi liberty e la chiesetta dello Spirito Santo, via Gambino e si ritrova in Piazza Stesicoro. Lo immagino mentre osserva il monumento a Vincenzo Bellini o i palazzi nobiliari della zona e poi via di Sant’Euplio, magari ammira la piccola chiesetta di Sant’Euplio e poi all’istituto. Esce, si fa una passeggiata, arriva alla villa Bellini e la scorge così, come magari lui stesso la descrive nel suo romanzo:

La guglia verde, di stile moresco, era sostenuta da nove colonnette. Sotto la terrazza, l’architrave era dipinta in oro. e il fregio, ricamato di sfere oblunghe, brillava di verde mare (…). La scala avvolgeva la torre, con giri larghi e drappeggiati dal muro. Salendo si aveva l’impressione di mettere il piede sopra un cielo che stesse per spezzarsi come il ghiaccio che crocchia”

Brancati si ispira a una vera torre per la descrizione della torre de Gli anni perduti. La torre Alessi. Si trovava nel giardino Alessi che allora era un grande giardino alle spalle di Piazza Roma. Esattamente, studiando alcune foto, essa era  all’altezza dell’orto botanico tra la via Ciccaglione e la via Longo (N.B. vi è una via Torre Alessi ma molti studiosi sono d’accordo ad affermare che è distante dalla posizione della torre).

Altra foto della Torre Alessi con vista Etna (fonte Agorà)

 

La storia della torre Alessi

La storia della torre Alessi è affascinante. Era una riserva d’acqua per il giardino. Una gebbia come la si chiama in siciliano, una grande gebbia. Salvatore Alessi era una persona eccentrica e la gebbia la trovava anonima: aveva bisogno di modificarla, di renderla diversa, originale, particolare. E chi poteva esaudire il suo desiderio? Carlo Sada.

Nacque la torre: pian terreno il contenitore d’acqua, primo piano una piccionaia e al secondo piano un salotto dove Alessi si rilassava e giocava a scacchi. Ma non invitava nessuno per giocare, si giocava per corrispondenza e i piccioni servivano per inviare le mosse! Chiaro è che Sada creando la Torre non aveva idea che sarebbe diventata una torre panoramica ma lo divenne all’inizio del Novecento: pagando un biglietto potevi salire e ammirare il panorama e da lì furono scattate alcune foto come ci sono tante foto a testimonianza della torre. Ma, i gradini non erano sicuri e molti, scendendo, si sentivano male.

Fine di un’epoca

Alcuni la utilizzavano per suicidarsi, soprattutto nel periodo della guerra, almeno così ho letto, ma tra gli anni 40-43 (ormai la torre era passata a altri proprietari) era diventata una torre di vedetta nazifascista; consultando la mappa del Texas del 1943 non ho trovato nulla sulla torre, evidentemente per gli Alleati era considerata innocua o, addirittura, un semplice recipiente d’acqua!

Finì la guerra e iniziò il boom economico che, a Catania fu, soprattutto, boom edilizio che poi si trasformò in sacco della città. Si doveva risanare e invece si sventrò. Una delle ultime notizie della Torre Alessi è quasi surreale. I parenti di un uomo con problemi mentali pregarono di farlo uscire dall’istituto per alcuni giorni perché “innocuo” ma l’uomo, preso da allucinazioni, cominciò a correre per le strade con un bastone in mano salendo sulla torre urlando che lo volevano uccidere. Era il 23 maggio del 1961 (fonte Agorà).

Una delle tante vittime del boom edilizio

Catania fu vittima della speculazione edilizia (io la chiamo la nona distruzione della città – l’ottava è dell’8 luglio 1943). Si buttò giù di tutto: ville nobiliari, chiese, piazze, intere vie sparite. Giù l’istituto magistrale e altre opere di Sada, giù la chiesetta di Sant’Euplio distrutta dal bombardamento dell’8 luglio del ’43; giù un intero quartiere, il San Berillo. Mi correggo, una parte resiste ancora. Piazza Spirito Santo cambiò drasticamente il suo aspetto, la chiesetta scomparve e scomparve pure piazza del Massarello e via Pastore: la casa dove ha vissuto Vitaliano Brancati non esiste più!

E, naturalmente, fatta fuori anche la Torre Alessi. Come giustificavano certe nefandezza? Se erano molto antiche era ora del nuovo, se erano recenti (come le opere del Sada) non erano abbastanza antiche e quindi di nessun valore architettonico.

Abbiamo o non abbiamo perso tanto?

Cartolina antica di Catania (intorno agli anni '20-30) Vista panoramica dalla Torre Alessi, sullo sfondo l'orto Botanico e più in fondo la via e alcuni palazzi della via Etnea

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