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Chi era Micio Tempio

Micio Tempio nasce a Catania il 22 agosto del 1750. Visse una parte della vita in povertà o comunque con difficoltà economiche, aiutato dal comune di Catania e da sussidi vari. Era figlio di un mercante di legna che lo aveva destinato inizialmente alla carriera ecclesiastica e poi alla giurisprudenza: ma Domenico non era portato per quegli studi e si dedicò a quelli umanistici; in seguito fu accolto nella Accademia dei Palladii e frequentò il salotto del mecenate Ignazio Paternò, Principe di Biscari a Catania.

Foto dal WEB

Si sposò con Francesca Longo, la quale morì di parto; ebbe una figlia che venne allattata da una balia, Caterina, che divenne più tardi sua compagna stabile e madre di un altro figlio.

Opera e stile letterario

Micio Tempio era uno studioso molto preciso e meticoloso e spesso è stato relegato a un tipo di poesia e quindi descritto in maniera superficiale. In Francia stupiva perché riusciva a tradurre testi greci direttamente in francese e la sua cultura e bravura come letterato era così ampia che veniva paragonato a Parini. Finissimo intellettuale e studioso di Saffo, Catullo e Ovidio.

Quali le sue opere principali?

Le composizioni satiriche e civile che denunciavano le ingiustizie, la povertà e l’ignoranza e quelle erotiche, licenziose che lo resero il poeta vastaso.

Ma l’opera principale di Micio Tempio fu La Caristia, poema in più canti che descriveva la carestia e i disordini che avvennero nella sua città, Catania, tra il 1797 e il 1798.

I temi ricorrenti erano la denuncia dell’ignoranza come il grande male della società (lo è tuttora mio caro Micio, purtroppo!); la satira del potere della nobiltà ma anche del clero e, infine, la celebrazione dell’eros, di come la forza della carne sconfigge sempre una rigida e fasulla morale.


Il contesto storico e culturale

Il periodo storico è quello della fine del settecento e dell’inizio dell’ottocento, l’illuminismo e le idee illuminate che comprendono anche una consapevolezza della condizione sociale. Catania in quel periodo è forcina di idee e rivolte per non parlare della creazione del Regno delle due Sicilie e la coniazione di quella famosa moneta che portò alla creazione del dolce tipico catanese, la rama di Napoli. In questo periodo Tempio, per i suoi concittadini, diventa il “cantore” colui che senza ipocrisia denunzia moralismi e ipocrisia.

Micio Tempio, la Civita e le leggende catanesi

Ebbene, Tempio era figlio della Civita (non è sicuro dove è nato ma si pensa propria in questo quartiere). E la Civita era il quartiere di crocevia tra varie culture: i palazzi dei ricchi, le viuzze povere, i conventi e le belle chiese e il bellissimo palazzo Biscari. Si dice che amasse frequentare bettole e trattorie dove trovava le sue amanti e da quelle avventure traesse ispirazioni per le sue poesie. Si dice anche che fosse superdotato e si facesse pagare per queste dote e così riuscì ad acquistare un importante palazzo nel centro storico, altri affermano che la casa gli fu regalata da Ignazio Paternò principe di Biscari; altri affermano che all’interno del palazzo Bruca (in via Vittorio Emanuele, al numero civico del 201) la fontana con al centro Nettuno abbia le sembianze di Micio Tempio (e con sembianze non si indicano solo i lineamenti del viso!!!)

Fontana all’interno del Palazzo Bruca, molti affermano che Nettuno in questa scultura abbia le sembianze di Domenico Tempio

Al 140 di via Vittorio Emanuele, proprio fronte la chiesa di San Placido e dell’omonima piazza si dice vivesse Tempio, tanto che su google maps (guarda qui!) è indicata come “casa del poeta”, il Palazzo Mazza di Villallegra. Sopra il vecchio portone vi è un balconcino che, come tanti balconi dell’epoca barocca, è risaltato da mascheroni e figure apotropaiche. La cosa buffa è che le due cariatidi esterne fanno riferimento all’autoerotismo. Ma anche gli altri mascheroni non scherzano!


Particolare del balcone del palazzo Mazza di Villallegra. (foto web)

La fortuna e la riscoperta

Domenico Tempio morì povero e le sue spoglie, grazie all’intervento dei figli, riposavano nella chiesa di San Giovanni Battisti, in via Giuseppe Garibaldi, al numero civico 133. per chi, curioso, è andato a controllare su google maps (link qui) la chiesa, no, non mi sono sbagliata. Si trova proprio in via Garibaldi 133 a Catania.

La storia di Micio Tempio, amato dai catanesi, è tristissima anche se finora lo abbiamo descritto come un eroe, anzi uno di quei antieroi simpatici e un po’ fuori dalle regole. Morto povero, senza una degna sepoltura dopo tempo trovò posto nella chiesa di via Garibaldi. Pian piano i catanesi si dimenticarono di lui, anzi si dimenticarono dell’intellettuale, dell’erudita, del letterato e rimase solo il poeta “vastasu”. Vietato perché ritenuto sporcaccione. A un certo punto le sue opere furono censurate e la sua poetica svalutate. Arrivò la Seconda guerra Mondiale e il 1943 anno in cui Catania fu epicentro di bombardamenti. Giorno 11 maggio una bomba cade sulla chiesa ferendola gravemente. Forse poteva essere risparmiata e ristrutturata ma si preferì vendere per ricavarne una palazzina, una palazzina che stona con tutto il barocco della via Garibaldi. Le spoglie di Tempio, perdute per sempre!

Chiesa San Giovanni Battista in via Garibaldi, poco prima di essere demolita per far posto alla palazzina. Come si vede la parte della facciata ancora integra, la bomba, si dice, colpì la parte della cripta ma nessuno, nella fase della demolizione, pensò a recuperare i resti del poeta

Oggi, non abbiamo più un luogo di sepoltura del nostro antieroe ma, nel contempo, è iniziata un’ opera di rivalutazione del poeta grazie ad alcuni intellettuali che ne parlano in biografie e opere teatrali

 

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