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Chi era Mario Rapisardi?

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Mario Rapisardi, nato Mario Rapisarda, è tra i poeti più illustri nella città di Catania. A egli è dedicata una delle vie più importanti della città (e anche una delle più confusionali).

Ma le domande su Mario Rapisardi, nato Rapisarda, sono tante. Intanto come fa una persona a nascere con un cognome per poi modificarsi  facendo del primo, quasi un errore? Chi era l’uomo dietro il poeta che amava la letteratura e aveva un debole per Leopardi?

Nato Rapisarda

Iniziamo rispondendo alla prima domanda. Il padre di Mario, Salvatore, era Rapisarda e no, non vi erano stati errori. Mario nasce il 25 febbraio 1844 in un palazzo di Via Manzoni che all’epoca si chiamava strada Schioppettieri. Adesso, passando da quella via nel centro storico di Catania si piò notare una targa a suo nome. Il padre era di vedute liberali e la madre una donna molto religiosa che influenzò il figlio con santini e portandolo spesso in varie processioni in giro per la città. Studiò grammatica, retorica e lingua latina. Era anche amante della musica e suonava il violino, ma ha lasciato anche dei dipinti e delle caricature.

Una foto del poeta Mario Rapisardi presa dal web

 

Mario Rapisarda diventa Mario Rapisardi

Legge e ama gli scritti di Giacomo Leopardi e, in onore suo, cambia il suo cognome da Rapisarda e Rapisardi per far rima proprio con Leopardi.

E poco più che ragazzino quando iniziano i moti rivoluzionari che portarono la Sicilia a liberarsi dei Borboni grazie a Garibaldi. Scrisse diverse ode dedicati ai moti risorgimentali, ma da giovane romantico, infatuato di una ragazza che notava dal balcone, scrisse anche l’ode Fausta e Crispo.

Già abbiamo capito essere un tipo originale solo perché ha modificato il suo cognome in onore di uno dei poeti più importanti dell’epoca, ma Mario Rapisardi, si dice, avesse un bel caratterino.

Esordisce giovanissimo con un’ode a Sant’Agata che viene distribuita per le vie della città il 4 febbraio durante i festeggiamenti per la patrona di Catania; scrive versi in onore delle battaglie risorgimentali. Grazie ai suoi studi su Catullo è nominato professore straordinario di Letteratura italiana e l’incarico di Letteratura latina all’Università di Catania. Nel 1872 il nostro Mario si sposa con la giovane istruttrice fiorentina Giselda Fojanesi, ed è proprio Giselda la protagonista femminile di questa storia.

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Un matrimonio infelice

La ragazza non era attratta dal poeta e si dice preferisse (già) Verga, ma la famiglia la convinse perché Rapisardi, adesso che aveva una cattedra all’università, era un ottimo partito. Si sposarono a Messina e il loro matrimonio non fu affatto felice. La suocera cercò di ostacolare ogni iniziativa della ragazza abituata a una vita più libera in Toscana che cozzava con il tipo di vita siciliano, soprattutto dallo stile di vita della suocera. Appena la sposina posò piede in casa Rapisarda la donna le disse che quel giorno per lei era uguale a un giorno di lutto (fonte qui)! Gli unici amici su cui ella poteva contare erano Evelina Cattermole, conosciuta anche con lo pseudonimo di contessa Lara e Giovanni Verga, grande amico di Rapisardi.

La tresca amorosa

La situazione si complica e diventa quasi una pagina di un giornale gossip. Mario Rapisardi, non trovando pace in famiglia, comincia ad allontanarsi dalla religiosità materna approdando ai temi del naturalismo. Si allontana anche dalla moglie avvicinandosi invece alla contessa Lara con cui inizia una relazione sentimentale. Trascura Gisella che si sente sola in una città che non può godere appieno per la pressione della suocera e il marito che non la ama. Unico faro in tutto questo è Giovanni Verga. Si riaccende l’amore e Rapisardi scoprirà la tresca a causa di una lettera anonima nel dicembre del 1883. Ma chi scrisse la lettera anonima?

Un giovane Giovanni Verga immaginato dalla IA

 

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Fine di una storia… o forse no!

La lettera era stata scritta proprio da Verga (anche se molti affermano che il Verga non aveva scritto una lettera anonima ma una lettera d’amore a Giselda). Comunque fu, Rapisardi, da buon siciliano, va su tutte le furie e da alla moglie solo due ore di tempo per raccogliere tutte le sue cose e andare via. Giselda si reca dall’amato che non la riceve. Si parlano ma non si sa cosa si siano detti. Sappiamo come Giovanni Verga, pur avendo tante donne, non si legò sentimentalmente a nessuna. Amava dire che non voleva assolutamente sposare una donna più ricca e nemmeno una più povera che avrebbe vissuto in povertà a causa sua! Si suppone che consigliò a Giselda di tornare a Firenze. Tra l’altro si sarebbero rivisti poco dopo proprio in un teatro a Firenze dove sarebbe andata in scena la Cavalleria Rusticana.

Niente duello!

A questo punto, i più intuitivi e informati, sanno cosa accadeva quando veniva ferito l’orgoglio di un uomo: avveniva il fatidico duello. Però, Giovanni Verga era tranquillo, anzi, tranquillissimo e sapeva già che Mario Rapisardi non lo avrebbe mai e poi mai sfidato in duello. E lo sapeva grazie a Giosuè Carducci.

 

Naturalmente vi starete chiedendo, tra tutti questi scrittori siciliani, cosa c’entrasse il poeta toscano.

 
Una locandina che raffigura la fama del poeta a quei tempi, sempre grazie a IA

 

Dobbiamo fare un passo indietro per capire cosa era accaduto tra Rapisardi e Carducci.

Torniamo al 1877 e alla pubblicazione di Lucifero che Garibaldi accolse con tanti elogi soprattutto perché Rapisardi descriveva una lotta tra la ragione e la superstizione e una critica allo Stato Pontificio. In quest’opera pare, ma pare, ci fossero allusioni a Giosuè Carducci:  il poeta venne definito «idrofobo cantor, vate da lupi, che di fiele briaco e di lièo, tien ch’al mio lato il miglior posto occupi» (vv. 519-524) – fonte Treccani.

Carducci non la prese bene, arrivando a commenti anche un tantino razzisti (e questo non fa onore al poeta): «Siciliani sono ritenuti come sopravvivenze di razze inferiori, soprattutto quando sono rapisardiani»  – Treccani), e Rapisardi rispose a sua volta e questo duello in versi ispirò il De Roberto per uno dei suoi primi lavori dedicato proprio ai due poeti litigiosi.

La cosa degenerò: Carducci sfidò al duello il poeta siciliano che fu costretto, a malincuore, a rinunciare: lo sapevano tutti che era esile, fragile, cagionevole.

 

Ritorniamo alla tresca amorosa.

Sicuro dei fatti suoi, Verga, si tenne a disposizione per un duello ma continuò la sua vita letteraria e amorosa con belle e colte donne, conscio che tuttalpiù si sarebbe preso un paio di versi al veleno dal Rapisardi.

Casa Verga a Catania, particolare con una copia de I Viceré regalatogli dall’amico De Roberto (foto archivio personale).
Casa Verga a Catania. Particolare della camera da letto dello scrittore. Le stanze hanno tutti letti a una piazza. (foto archivio personale)

 

L’Esclusa di Pirandello

Ma questa storia cosa vi ricorda? Donna trascurata, lettere d’amore, il marito che la caccia di  casa. L’Esclusa, primo romanzo di Pirandello sembra proprio essere ispirato a questo siparietto amoroso. 

 

Come va a finire?

Giselda tornò a Firenze continuando a scrivere e, forse, ad amare perdutamente il Verga. Rapisardi si consolò con Amelia Poniatowski che restò accanto al poeta fino alla fine. Verga fu fedele a tutte le sue donne dato che continuò ad avere un rapporto epistolare con tutte e non si sposò mai!

Di questa storia ne parlarono tanti intellettuali un po’ come oggi, appena accade qualcosa che stuzzica gli animi, tutti vogliono dire la propria sui social. Interessante il pensiero di uno scrittore, sempre catanese, ma che, all’epoca dei fatti, non era nato (fonte qui):

Vitaliano Brancati che trasforma i due protagonisti in personaggi tipici della propria visione della Sicilia “investita di comica luce”. “Catania amava il Rapisardi: il poeta che usciva col parapioggia, che portava un fiero cappello e una cravatta a fiocco; non poteva amare Giovanni Verga che vestiva come un qualsiasi galantuomo, non era distratto, non faceva stramberie e parlava poco. […] Tanto amava Rapisardi, il popolo catanese, che quando seppe del tradimento della moglie, e il terzo era per l’appunto Giovanni Verga, ad esprimere solidarietà per il poeta tradito i catanesi gli portarono sotto casa una festosa fiaccolata: il che, per un popolo che solitamente disprezza e dileggia i cornuti, è una strabiliante prova d’affetto.”

Da queste parole notiamo come Rapisardi fosse amato dai catanesi.

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Quando morì il 4 gennaio del 1912, al suo funerale, di fronte al municipio, erano presenti 150.000 persone e la città tenne il lutto per tre giorni. Ma non ebbe sepoltura. Era nato Rapisarda e anche fervente religioso, moriva Rapisardi e lontano dalla religione, considerato un massone e un irreligioso, non poteva essere sepolto in un cimitero. Quindi la salma venne in maniera frettolosa imbalsamata e lasciata per anni in un magazzino del cimitero. Solo nel 1921 sarà sepolto nel cimitero monumentale di Catania, nel viale degli uomini illustri, dove, riposano, tra l’altro anche De Roberto e Verga.

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