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I Viceré: analisi di un’aristocrazia siciliana

De Roberto scrive il suo romanzo più famoso proprio quando il verismo sta tramontando.

Spinto soprattutto dalle storie che lo avevano accompagnato fin dall’infanzia, De Roberto ci regala un’analisi del mondo siciliano, soprattutto catanese, senza speranza, cinico, spietato, crudele, dove l’amore e i sogni perdono sempre!

Storia di un capolavoro

De Roberto nasce da una famiglia aristocratica. Il padre era di origini napoletane (lo stesso De Roberto è nato a Napoli), la madre originaria di una delle più antiche famiglie aristocratiche siciliane, Asmundo, uno dei rami della famiglia più potente in passato a Catania I Paternò Castello. Pensate solo a quanti palazzi sono dedicati a queste famiglie nella città etnea e, addirittura uno dei paesi più popolosi, appunto Paternò. Visse per tanto tempo con la madre che era molto protettiva e, eccetto un periodo di soggiorno a Milano e uno breve a Roma, morì nel palazzo dove viveva, in via Etnea 221 (targa commemorativa in via Argentina N 10) a pochi passi dal Palazzo Majorana dove nacque Ettore.

De Roberto si legò molto a Verga, collaborarono spesso, quando erano entrambi a Cataniaandavano spesso insieme alla Birraria o da Caviezel e lo difese in quella strana e buffa (per alcuni catanesi) situazione che si creò con Rapisardi (leggi qui per approfondire).

Copia de I Viceré regalata a Giovanni Verga, si trova nella Casa Museo di Giovanni Verga in via Sant’Anna a Catania

I Viceré: Una Saga Famigliare

Se dovesse essere pubblicato oggi, I Viceré sarebbe una saga familiare composta da tre libri (infatti il romanzo è suddiviso in tre parti).

I protagonisti si muovono nel loro spazio con astio verso gli altri, cercando di essere più furbi o di liberarsi da quel corredo cromosomico che li ha resi così: odiosi, insensibili, alle mostruosi. Questo perché il sangue è infetto a causa di generazioni nate da matrimoni consanguinei.

Raimondo, preferito dalla madre, che crede di poter fare tutto e tutto fa, rovinando la vita di chi gli è accanto e sperperando tutti i suoi averi;

Chiara che desidera essere madre ma genera un feto mostruoso; Ferdinando che la sua eccentricità lo porterà a esperimenti assurdi;

Lucrezia e il suo matrimonio con un borghese ( Benedetto Giulente) che intraprenderà la carriera politica;

Don Blasco che costretto a una carriera ecclesiastica, dedito al gioco e che ha tante amanti, tra cui alcune proprio vicino al Monastero;

Ferdinanda Uzeda, la zitellona, che tra tutti adora il nipote Consalvo ed è protagonista di una delle parti finali e più belle del romanzo;

Teresina, bellissima e devota, pur innamorata e ricambiata da Giovannino, si convince a sposare il fratello maggiore e rozzo e l’ipocrisia della famiglia la coinvolgeranno e sporcheranno: perderà dolcezza e bellezza, diventando come gli altri davanti gli occhi di Consalvo

Consalvo

Il personaggio di Consalvo è ispirato a un componente di una nobile famiglia catanese, i Paternò Castello: Antonino di Sangiuliano, sindaco di Catania a soli 26 anni e ministro degli esteri per ben due volte.

Consalvo lo conosciamo bambino. I rapporti con il padre Giacomo già da allora non sono buoni e lo costringe a rinchiudersi nel Monastero dei Benedettini della città.

Una volta fuori dal Monastero si ritrova nei guai e scappa tornando con idee politiche che lo porterà a un’ascesa rapida contro il partito del cognato Benedetto. Spietato ma affascinante, ironico, intelligente, vede nella sorella minore l’unica dei Viceré che potrebbe salvarsi, ma dopo il matrimonio ne scoprirà i segni distintivi di quella famiglia infetta e spietata, sempre uguale a se stessa:

Guardiamo, in un altro senso, la stessa Teresa.” dirà alla zia zitella “Per obbedienza filiale, per farsi dar della santa, sposò chi non amava, affrettò la pazzia ed il suicidio del povero Giovannino; e adesso va ad inginocchiarsi tutti i giorni nella cappella della Beata Ximena…”

Consalvo è l’anima dei Viceré. Costretto a indossare il saio benedettino perché troppo vivace; smesso il saio si darà alle donne e al gioco. Il viaggiare lo porta a scoprire la sua piccolezza ma anche quella di tutta la famiglia. Non è frivolo e stupido come lo zio Raimondo e inizia a studiare e si dà alla politica con il dissenso del padre che non pronuncerà più il suo nome chiamandolo solo Salut a voi! Consalvo diverrà sindaco a soli 26 anni, il padre morente gli chiederà di sposarsi ma alla negazione del ragazzo che non vuole rendere infelice una donna (e dimostrando così di essere diverso da tutti), Giacomo lo disereda lasciando tutto a Teresa.

Giacomo

Sfrutta le debolezze dei parenti per arricchirsi. Arrivista, crudele, cinico. Ogni volta che un Uzeda va da lui perché in difficoltà, lui sa cosa fare: sfruttare la debolezza per arricchirsi. Non avrà pietà neppure per la moglie e questo Consalvo non lo dimenticherà mai!

De Roberto non chiarisce se lo faccia con scrupolosa cattiveria o sia anche aiutato dalla fortuna e non è chiaro se sia lui la causa della morte della prima moglie


I personaggi più odiati

Se Consalvo e il padre Giacomo sono i personaggi che tengono i lettori attaccati alle pagine, infedeli, peccatori, imperfetti ma umani. Quei siparietti con la mano di Giacomo in tasca per gli spergiuri poiché convinto che il figlio porti sfiga e un Consalvo che finge di sentirsi politicamente di sinistra per poter vincere le elezioni, ci sono due personaggi che, nella loro imperfezione le budella te le rivoltano e l’antipatia sale in maniera abissale e sono Raimondo e Teresa.

Belli, la deformità non li ha toccati (ma anche Consalvo sembra essere immune) ma Raimondo dimostra subito la sua indole.
Belloccio, cinico e viziato sposa una donna che farà soffrire tradendola e abbandonandola per un’altra sino a portarla alla morte, si sposa con l’amante ma già stufo la tratterà peggio della prima. Oggi verrebbe di dire sia un narcisista, ne possiede tutti i tratti. Adorato dalla madre che lo preferisce al primogenito, Giacomo, destinato a prendere i voti, ma la madre decide che non merita una vita da prete e quindi al suo posto a diventare monaco sarà Lodovico.


Teresa ama sentirsi dire che è brava e santa tanto da sposare il cugino brutto e grasso pur amando e essendo amata dal fratello di quello, Giovannino. Farà un figlio ogni anno pur provando disgusto per il consorte e porta il cognato al suicidio. Tutto questo viene fatto con un’aura di santità che trasuda ipocrisia. Solo per sentirsi dire “quanto sei brava e pia! Che brava figlia, che brava moglie, che brava madre, che brava devota!”, ma Consalvo non ci casca!

I Viceré: conclusioni

Le riflessioni fredde e ciniche di Consalvo lo portano a vedere come tutti i membri della propria famiglia siano di una povertà spirituale. La stessa sorella da ragazza graziosa e colta si è trasformata in una bigotta appesantita dalle tante gravidanze e da una colpa da estirpare. Accetta un matrimonio solo a patto che tutti facciano pace tra di loro senza pensare che al primo attrito sarebbe tornato tutto come un tempo, perché è la razza dei Viceré a essere così cocciuta e incoerente. Si sacrifica come se fosse una santa ma si denota orgoglio e vanità e paura di manifestare le proprie idee. Bella l’immagine finale dei tuoi fratelli che scelgono strade opposte l’una cadendo nel baratro di una fede cieca, l’altro nella chiarezza di ottenere tutto con la furbizia e le belle parole.

Un libro che meriterebbe più attenzioni e che molti reputano adatto a essere studiato nelle scuole superiori. Un romanzo storico, una saga di una famiglia potente e imperfetta, nessun buono, qualche vittima sacrificale. Da notare che il romanzo si apre con il funerale della madre di Giacomo nella chiesa dei Cappuccini a Catania. Oggi quella chiesa non esiste più, al suo posto, all’inizio del novecento, fu costruito il Palazzo della Borsa.

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