Cosa dire di Goliarda Sapienza dopo che in questo ultimo anno, dal centenario della sua nascita, molti articoli (anche personali), eventi, una serie televisiva e un film prossimo a uscire, hanno detto tutto o quasi?
Parlare di Goliarda Sapienza non è facile. La sua biografia è ampia e piena di eventi e di storie. Attraversa un mondo che cambia. Dagli anni 20 e 30 nella sua Catania, arriva a Roma nei primi anni ’40: la guerra, il post guerra, il teatro e il cinema. Il lutto, gli elettroshock, la psicanalisi e la scrittura come metodo per guarire fino al suo capolavoro, L’arte della gioia, e i suoi ultimi anni a Gaeta.

La via Tipografo
Nei suoi romanzi autobiografici, Iuzza (così veniva chiamata in famiglia) cita spesso questa via che adesso non esiste più. La via si trovava ad angolo con via Monsignor Ventimiglia strada che lei percorreva ogni giorno da casa sua (via Pistone) per arrivare proprio in via Tipografo dove si trovava il teatro Garibaldi in cui la famiglia Insanguine era specializzata nell’opera dei pupi. Il primo lavoro di Goliarda fu proprio con i pupi siciliani. Ancora bambina cuciva i vestiti dei pupi e iniziò a comprendere il mondo teatrale. Andando e tornando dalla via Tipografo la piccola Sapienza vedeva quel mondo fatto di piccoli bottegai, artigiani, ma anche prostitute e piccoli criminali.
Nella mente e nei ricordi di Sapienza la via Tipografo si confuse (o forse era una questione artistica?) e inserisce la via vicino la via Pistone
Imboccando via Tipografi, la mia casa – unica a quell’ora – mi venne incontro nel buio come una nave in festa.

Cinema Mirone
Era una delle mete di Goliarda bambina. Casa in via Pistone era un covo di antifascisti e in parte pericoloso per una bambina quindi, all’occorrenza, preferivano che la piccola rimanesse ore intere al cinema vicino casa, sotto la super visione di uno dei fratelli o un uomo di fiducia; spesso l’Avvocato Sapienza non si faceva pagare dai clienti e loro ricambiavano con favori e, tra i favori, vi era quello di fare da bambinaio a Iuzza.

Al cinema Mirone Goliarda restava ben volentieri. Già mostrava la sua attitudine per l’arte: canto, danza, recitazione e musica. Studiava pianoforte ma smise di suonare quando, a causa di un incidente che viene raccontato in Lettera Aperta.
Il suo attore preferito era Jean Gabin, attore francese popolare negli anni ’30 e Iuzza immaginava di immergersi in avventure avvincenti e trasformare la sua Casba – il suo quartiere – nella location delle sue storie.
La Civita
Il lettore poco attento o poco informato legge nei romanzi autobiografici di Sapienza il nome Civita come toponimo del proprio quartiere. Mi è capitato spesso di imbattermi in micro recensioni dei suoi romanzi in cui spesso si indica Civita come vecchio nome del quartiere di San Berillo.
Un catanese o comunque qualcuno che conosce bene la città etnea sa che Civita e San Berillo sono due quartieri distinti, separati dall’Ogninella o Agninella, un altro quartiere del centro storico della città. Esattamente, a dividere i due famosi quartieri della città di Catania ci pensa via Antonino di San Giuliano. Il problema, se problema lo si vuole chiamare, è stato che nei suoi romanzi biografici, Sapienza parla del suo quartiere chiamandolo Civita e non San Berillo. I motivi non si sanno con esattezza. Si pensa al fatto che proprio nel periodo in cui viene pubblicato Lettera Aperta, San Berillo è sventrato per costruire il Corso Sicilia e altre strade; si pensa al fatto che San Berillo godesse di cattiva fama (ma questo Goliarda Sapienza lo scrive, scrive di prostitute e criminali), si pensa anche che possibilmente decide di chiamare Civita per via della potenza di quel nome: Civita assomiglia tanto al termine Civiltà!
Roma
A 17 anni, in piena Seconda Guerra Mondiale, Goliarda Sapienza si trasferisce a Roma con la madre per seguire la scuola d’arte drammatica Silvio D’Amico. Aveva vinto una borsa di studio e con la madre si trasferiscono nella Capitale. A spiengerla soprattutto il padre, uomo di tante contraddizioni, vuole allontanare la figlia dalla città sapendo che ha tantissimo talento ma saperla sola in una città lontana fa nascere in lui i dubbi del siciliano geloso.
Nella biografia di M.R. Cutrufelli su Maria Giudice racconta che, una volta sul treno, la madre mette nelle mani della giovane Goliarda le chiavi di casa, simbolo di libertà. Una donna come la Giudice che non si era mai sposata per non essere proprietà di un uomo, che aveva girato in lungo e in largo l’Italia, vedere la figlia costretta in alcune logiche patriarcali la irritavano. Ma finalmente Iuzza può vivere la sua vita, andare in giro per Roma, visitare altre città.
Iuzza non terminerà la scuola perché trova quello studio troppo teorico e poi arriverà il ’43, i bombardamenti e gli alleati. Vivrà attivamente quegli anni, lotterà e collaborerà con il padre alla liberazione di Saragat e Pertini dal Regina Coeli

Il dopo Guerra, Il teatro, il cinema e i lutti
Goliarda nel post guerra lavorerà molto sia a Teatro che al cinema soprattutto in piccole parti. Conosce Citto Maselli con cui inizia una lunghissima relazione, collaborerà con lui alla regia di tantissimi film e documentari ma senza accrediti come affermava lei “… come si faceva allora…”.
Il padre muore nel novembre del 1949 mentre la madre nel 1953. Tornerà spesso a Catania ma troverà il suo quartiere cambiato, distrutto. Non ritrova più le sue vie, come se il suo passato fosse stato distrutto. Decide di non tornare più. La morte della madre la fa sprofondare nella depressione e, forse, tenta il suicidio per ben due volte. Così arrivano gli elettrochoc e la psicanalisi. Da quell’esperienza scriverà Il filo di Mezzogiorno.
La scrittura
Abbiamo conosciuto una ragazzina che scorrazza in un quartiere popolare di una città della Sicilia. Abbiamo conosciuto la sua passione per le varie arti. Il suo arrivo a Roma, il suo essere attrice e regista e il diventare orfana. Adesso approdiamo alla Goliarda Sapienza scrittrice.
Goliarda, in una delle sue ultime interviste per la Rai racconta che a lei gli scrittori non piacevano, quelli che studiava sui libri di scuola, erano poveri e tristi. Vedeva spesso Brancati andare nella sua casa di Via Pistone (Brancati a Catania viveva nello stesso quartiere dei Sapienza, in una di quelle strade che non esistono più) e, dopo che aveva girato le spalle al fascismo, non se la passava tanto bene (minuti 18:14). Goliarda pensava che mai avrebbe fatto la scrittrice per non finire come Brancati – anche se poi Brancati con il cinema non se la passava tanto male! – .
Ma Goliarda diventa scrittrice. Perché?
Sapienza trova nella scrittura l’unica cura per guarire dopo che la psicanalisi con lei non ha funzionato. La scrittura come cura, come sfogo e come mezzo per ricordare (gli elettrochoc fecero dimenticare o confondere la memoria della scrittrice).
All’inizio tutto va bene e Goliarda viene considerata una nuova voce nel panorama letterario solo che lei non si piega a certi meccanismi letterari dell’epoca (le propongono anche di scrivere un tot di romanzi sulla sua giovinezza ma lei rifiuta). Per lei la scrittura e sfogo e rifugio e non mezzo per arricchire gli altri. Poi arriva L’arte della gioia. Per scriverlo si ridurrà in miseria. Nel frattempo la sua storia con Citto Maselli è terminata, ha incontrato Angelo Pellegrino e lo ha sposato pur essendo l’uomo molto più giovane (Pellegrino è nato nel 194). L’arte della gioia non viene pubblicato se non in poche copie, solo la prima parte, per una piccola case editrice. Goliarda muore a Gaeta il 30 agosto del 1996, il cuore cede, mentre per le scale di casa sua sta per uscire.
L’arte della Gioia
Per decenni Sapienza si dedica al romanzo e al personaggio di Modesta. Per esso vende quadri, diventa povera e chiede un prestito a una sua conoscente che glielo rifiuta. Per questo motivo e anche, afferma lei, per vivere l’esperienza del carcere (la madre era finita in carcere tante volte a causa del suo attivismo) ruberà dei gioielli. Il modo come viene arrestata e tutto quello che fa prima e dopo l’arresto non denotano ingenuità da parte della scrittrice, e neppure cattiveria o follia. Sembra cosciente di quello che fa, quasi divertita. Il marito andrà a trovarla e lei sarà quasi disturbata perché deve tornare dalle sue compagne.
In carcere Sapienza sembra ritrovare l’aria della sua San Berillo. Di quella sala d’attesa nell’ufficio di suo padre dove tante donne stanziavano aspettando di parlare con l’avvocato perché il proprio marito o figlio era in carcere. Da quell’esperienza nascerà L’università di Rebibbia. Goliarda parlerà di quell’esperienza come un’esperienza da fare anche se, spesso, chi l’ascolterà avrà un ghigno sul viso.
Per approfondire lettura dell’intervista a Cono Cinquemani su Recensore.it




